Trump contro la globalizzazione

esspGli anti-global hanno vinto, i protezionisti sono al governo. E ora? Con Donald Trump alla Casa Bianca dal 20 gennaio, Theresa May già a Downing Street, magari a maggio François Fillon all’Eliseo, alcune fra le maggiori potenze occidentali sono in mano a leader che hanno promesso una vigorosa marcia indietro rispetto alla globalizzazione, una ri-nazionalizzazione delle politiche economiche. Con quali conseguenze? Nel programma dei primi 100 giorni di Trump ci sono già alcune risposte. Stop al Tpp, quel trattato con 11 nazioni dell’Asia-Pacifico che era arrivato a un passo dalla ratifica. Peraltro quell’accordo era moribondo: Barack Obama aveva rinunciato a chiederne l’approvazione al Congresso, perfino Hillary Clinton prese le distanze. Trump non parla dell’altro accordo di libero scambio, il Ttip con l’Europa. È realistico pensare che sia finito su un binario morto. Già in Europa c’erano resistenze, se Trump volesse rinegoziarlo sarebbe per spuntare condizioni più favorevoli alle multinazionali americane, rendendolo ancor più inaccettabile per i partner Ue. Sull’altro fronte protezionista, quello dell’immigrazione, per adesso la montagna Trump ha partorito un topolino: dell’espulsione di milioni di stranieri non c’è traccia nel programma dei 100 giorni, vi appare solo un’offensiva contro “le frodi sui visti d’ingresso”, per adesso una misura minimalista.

Sul piano dell’immagine però Trump incassa già un successo. La Ford annuncia che manterrà la produzione di un modello Suv a Louisville (Kentucky), rinunciando a delocalizzarlo in Messico. Sembra un’operazione di relazioni pubbliche, perché in realtà la produzione di quel Suv nei piani del colosso automobilistico doveva essere sostituita con altri modelli, sempre a Louisville. Ma il comunicato della Ford è una vistosa apertura di credito al presidente-eletto: “Siamo fiduciosi che il presidente e il Congresso aumenteranno la competitività americana”. Che cosa si attende esattamente una multinazionale come la Ford? Per appagarla basta che Trump mantenga due promesse elettorali: l’abbattimento della tassa sugli utili societari dal 35% al 15%. E l’abbandono delle regole ambientali di Obama, che costringevano le case automobilistiche a produrre modelli meno inquinanti.

È replicabile su vasta scala l’esempio Ford? Il protezionismo alla Trump può davvero invertire una tendenza trentennale e indurre le multinazionali a rimpatriare fabbriche, ri-localizzare sul territorio nazionale posti di lavoro che erano finiti in Cina o in Messico? Per altri settori industriali la sfida è più complessa. La regina dell’hi-tech, Apple, ha una catena produttiva e logistica basata su calcoli di costo e anche di qualità. Assembla in Cina, ma integra componenti sofisticati prodotti in Giappone, Taiwan, Germania. Riportare quella galassia di filiali e fornitori in un paese solo, gli Stati Uniti, sarebbe un’operazione lunga e costosa. Forse Trump si accontenterebbe che Apple, invogliata da un maxi-condono fiscale (aliquota secca promessa al 10%), riportasse in America una parte dei capitali parcheggiati in Irlanda, oltre 200 miliardi. Se Wall Street continua a macinare record storici è perché si concentra su questi benefici: regali fiscali alle aziende, deregulation ambientale in favore di Big Oil, più forse il maxi-piano da 1.000 miliardi di investimenti in infrastrutture.

Ma Trump non è solo al mondo, ci saranno contro-reazioni. Il vertice dei paesi Asia-Pacifico (Apec) che riuniscono il 60% del Pil mondiale, ha già dato un assaggio delle possibili risposte. Dalla Nuova Zelanda al Cile, è un coro: andremo avanti lo stesso con accordi commerciali, anche senza gli Usa. La Cina ha lanciato le grandi manovre per attirare i delusi da Trump: recluta alleati nel suo trattato alternativo, la Regional Comprehensive Economic Partnership. Anche se la Russia è un nano economico rispetto alla Cina, a sua volta Vladimir Putin può rilanciare il suo progetto di una grande area economica Eurasiatica, un’idea che fu accantonata dopo la crisi dell’Ucraina. Se Trump cancella le sanzioni, sarà più facile per la Russia tornare anche a giocare sullo scacchiere geoeconomico oltre che su quello militare. C’è infine il modello Theresa May: per evitare l’isolamento Londra sta già negoziando accordi bilaterali separati, per esempio con la Corea del Sud (in flagrante violazione delle regole europee: non potrebbe finché non ha “consumato” Brexit).

Ben presto Trump dovrà bilanciare il dosaggio fra i due protezionismi: commerciale e migratorio. Negli anni di Obama gli arrivi di immigrati dal Messico erano calati, perché l’economia messicana generava più posti di lavoro. Se si chiudono le frontiere alle merci, lo shock economico può ravvivare i flussi migratori.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 23 novembre 2016

http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/23/news/il_neo-presidente_cancella_il_trattato_con_il_pacifico-152591406/

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Il surplus commerciale tedesco e l’equilibrio generale dell’euro

carsssLa tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale. Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza.

Ha più senso vedere di che si tratta in concreto. Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo. Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno. Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi.

Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perché anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero. Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia. Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio.

La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anziché al resto d’Europa. È qui che la discussione diventa politica. Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perché la prima economia dell’area approfitta della disponibilità a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo. La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perché vi vedono un simbolo della loro efficienza. Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perché quello che oggi sembra a tutti un cliché nazionale è invece un vero e proprio inedito. Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi.

Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato. È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti. L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole. Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi.

Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni. Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica. Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico — il tasso di cambio — perché i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze. È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica. Nel tessuto delle comunità nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia.

Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia. Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi. …….

PECHINO SFIDA TRUMP SUL LIBERO COMMERCIO L’EUROPA È NEL MEZZO

dollremimSembra un mondo alla rovescia, che pare annunciare una nuova era. L’America si chiude e la Cina si propone come un campione del libero commercio, puntando a giocare un ruolo da protagonista della globalizzazione dopo l’elezione di Donald Trump. «La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più», ha affermato il presidente cinese Xi Jinping in Perù, al vertice dei 21 Paesi dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettendo un «pieno coinvolgimento» di Pechino nella liberalizzazione degli scambi internazionali. E da Lima il leader cinese ha rilanciato le iniziative (alternative) per liberalizzare il commercio nella regione dell’Asia-Pacifico, spiegando che «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia-Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza». È una risposta al protezionismo sventolato da Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Durante la campagna elettorale il miliardario americano ha minacciato nuovi dazi contro la Cina e attaccato con violenza la partnership transpacifica (Tpp ) voluta dal presidente Barack Obama, anche per arginare l’ascesa del gigante cinese che è infatti escluso dall’intesa siglata nel 2015 tra 12 Paesi, incluso il Giappone (Trump ha inoltre promesso la morte del Ttip, il Trattato di libero scambio con l’Europa). Ma se sul piano economico-commerciale la mossa di Xi punta a riempire il vuoto del probabile abbandono del Tpp, che deve ancora essere ratificato dal Congresso Usa; sul piano geopolitico l’azione senza precedenti di Pechino punta ad attribuire alla Cina, già seconda potenza economica mondiale, un ruolo di leadership sullo scacchiere asiatico alla luce di un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti nella regione. Inevitabilmente preludio di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa nel mezzo.

di Giuliana Ferraino

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_20/xi-sfida-protezionismo-trump-cina-leader-libero-commercio-cina-usa-scambi-tpp-f1f79bde-af04-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Petrolio, salari e Usa. Ecco perché adesso ritorna l’inflazione

 
 iflazz«La notizia della mia morte è fortemente esagerata». Le parole di Mark Twain sono le più adatte a descrivere il ritorno dell’inflazione, che ha rialzato la testa nonostante le cupe predizioni di una deflazione secolare.
Gli ultimi dati dell’Ocse mostrano come a settembre nei Paesi ricchi i prezzi siano cresciuti a un ritmo annuale dell’1,2%, il tasso più alto da inizio anno. Negli Usa, l’inflazione è ormai all’1,6%, mentre nel Regno Unito, si è attestata allo 0,9%. Anche nell’eurozona il dato ha toccato lo 0,5%, il massimo da due anni e mezzo.
Questi numeri sono ovviamente ancora inferiori a quel 2% che la maggioranza degli economisti ritiene essere la giusta àncora di stabilità dei prezzi. Molte banche centrali stanno però già rispondendo: Janet Yellen, presidente della Us Federal Reserve, ha fatto intendere ieri che un rialzo dei tassi a dicembre è molto probabile. Le possibilità di un nuovo stimolo monetario nel Regno Unito dopo quello di agosto si sono di fatto azzerate. La causa è proprio la prospettiva di un’accelerazione dei prezzi legata anche alla svalutazione della sterlina dopo il referendum su Brexit.
Il segnale più visibile del ritorno dell’inflazione è nel mercato delle obbligazioni, dove gli investitori stanno chiedendo tassi più alti per compensare il rischio di un aumento dei prezzi. I bond decennali del governo Usa sono oltre il 2,20%. Anche nell’eurozona i rendimenti sono risaliti: i Btp a 10 anni erano ieri al 2,09%, con uno spread di 181 punti base rispetto al bund tedesco che, comunque, è tornato in territorio positivo dopo essere stato a lungo sottozero.
La recente accelerazione dei prezzi ha prima di tutto a che fare con il costo delle materie prime e, soprattutto, del petrolio. Tra giugno 2014 e gennaio 2016, il prezzo del Brent è sceso del 75%, arrivando a 29 dollari al barile. Da allora, il petrolio è risalito fino ai 47 dollari, contribuendo in maniera meccanica a spingere in su l’inflazione. L’altro motivo ha a che fare con la tiepida ripresa dei salari che si è palesata negli Stati Uniti, in Germania e soprattutto in Gran Bretagna.
Guardando avanti, gli spiriti animali degli investitori sono eccitati dalla prospettiva di un corposo taglio delle tasse da parte del presidente eletto Usa Donald Trump. Una manovra espansiva in una fase di crescita avrebbe l’effetto immediato di far avanzare ancora l’inflazione Usa. Misure protezioniste, come dazi sui prodotti provenienti da Cina e Messico e restrizioni all’immigrazione, potrebbero aggiungere secondo alcuni fondi, circa 0,3 punti percentuali agli indici di crescita dei prezzi. Le importazioni dall’America spingerebbero in alto i prezzi nel resto del mondo, contribuendo a una reflazione globale. Non è un caso che le aspettative di inflazione siano in rapida risalita.
C’è però chi la reflazione ancora non la vede: in Italia, per esempio, i prezzi sono scesi dello 0,2% a ottobre. Anche la Banca centrale europea non è convinta che le tendenze inflazionistiche siano durature. Nei resoconti della riunione del consiglio direttivo di ottobre pubblicati ieri, si legge come i banchieri centrali guidati da Mario Draghi restino convinti che la ripresa europea rimanga debole e dipenda in larga parte dalla politica monetaria espansiva della stessa Bce. L’inflazione “core”, che toglie gli elementi di volatilità come il petrolio, è bloccata allo 0,75% e Draghi ha detto che questo indicatore sarà importante per le decisioni future di Francoforte. Pertanto, nonostante la resurrezione dell’inflazione, molti analisti non si aspettano che la Bce interrompa gli acquisti di bond in scadenza a marzo 2017.
Ferdinando Giugliano
la Repubblica, venerdì 18 novembre 2016

Nella contesa tra Usa e Cina l’ultima battaglia è sull’iPhone

images10Il prossimo iPhone sarà il primo smartphone di Apple dell’era Trump. Ma in Cina potrebbe non arrivare, togliendo alla Mela una fetta di guadagni importanti. Il Global Times di Pechino, ripreso dal Guardian, lo dice chiaramente: se Trump romperà l’asse commerciale Cina-Usa, Pechino bloccherà la vendita di iPhone e vetture americane e le aziende americane ne usciranno con le ossa rotte. Il primo iPhone fu presentato nel 2007 da Steve Jobs e il presidente americano era George W. Bush.
Poi otto anni di Obama, in cui i rapporti tra l’azienda di Cupertino, California, e la Cina, dove gli iPhone vengono fisicamente costruiti, si sono fatti sempre più stretti. Ma, dopo l’elezione di Trump, la tensione tra Washington e Pechino potrebbe intaccare la solidità dell’asse industriale.
E nell’iPhone di tecnologia progettata in Usa e costruita in Cina ce n’è tanta. È sufficiente scorrere l’elenco dei fornitori e dei costruttori di Apple per vedere come lo smartphone della Mela sia un prodotto superglobalizzato, con componentistica che arriva da tutto il mondo (alcuni elementi anche dalle filiali italiane di multinazionali) per essere poi messi insieme in uno degli stabilimenti cinesi che sfornano le decine di milioni di iPhone per il mercato mondiale. Nomi come Foxconn/Hon Hai, Pegatron, Wistron, contractor con quartier generale a Taiwan e fabbriche in Cina, catene industriali inarrestabili che portano dagli Usa all’Oriente progetti, know how e innovazione e poi riportano in America i prodotti con cui Apple è diventata un’azienda dai profitti record.
Se queste catene potranno resistere anche a uno strappo sul piano commerciale lo sapremo solo quando la macchina presidenziale di Trump girerà a regime. Intanto però, il giro d’affari è rilevante. Per iPhone 7, l’ultimo smartphone Apple, la cifra complessiva del Bom ( Bill of materials, il costo dei componenti) è aumentato rispetto ai precedenti iPhone 6/6S: produrre un iPhone 7 da 32 giga, il modello base, secondo l’analisi di Ihs Markit costa alla Mela circa 225 dollari, 212 euro. Sull’Apple Store lo smartphone costa 649 dollari, che in Italia tra cambio e balzelli diventano 799 euro.

Dentro il dispositivo, c’è un mondo. Il cuore dell’iPhone, il processore A10 Fusion, è prodotto dalla taiwanese Tsmc, che ha fabbriche sia in patria che in Cina. Costa a Cupertino 26 dollari e 90. L’altro cuore, la batteria, è cinese, la produce Huizhou Desay e incide sul costo per 2,50 dollari. Lo schermo lo produce Sharp (acquisita da Foxconn) e Japan Display, una joint venture tra le giapponesi Sony, Toshiba e Hitachi. Il comparto audio è Cirrus Logic, base negli Usa e fabbriche in oriente. Lo chassis, il telaio dello smartphone è di Jabil, costruito in Cina, dai chirurgici robot dell’industria elettronica e dalle dita piccole e velocissime degli operai, che dalle campagne si muovono incessantemente verso i distretti industriali. E insieme alle aziende che li assumono ballano la danza dei mercati e l’altalena delle percentuali che legano l’America e la Cina. Guidate dai profitti realizzati con i prodotti costruiti in Oriente, ma che si muovono solo se la musica dell’innovazione“made in Usa” è abbastanza bella da generare l’interesse degli utenti finali, gli unici che fanno davvero la fortuna o meno delle trimestrali. In calo per l’iPhone 6s, ma che si prevedono da nuovo boom per il 7.
«Una spaccatura con la Cina avrebbe effetti per il mercato statunitense che andrebbero oltre Apple», spiega Carolina Milanesi, analyst della società di ricerche Creative Strategies. «Non è la prima volta che la Mela avrebbe a che fare con il tono minaccioso del governo cinese, ma nonostante i chiari rischi, vista l’importanza del mercato orientale, preoccuparsi ora sarebbe il classico fasciarsi la testa. Magari il governo cinese cercava un supporto interno per influenzare la decisione di Trump».
Tutto il quadro degli scambi hi-tech Usa-Cina restituisce l’immagine di un settore che va a velocità pazzesche, muovendo miliardi di dollari, e che fermare sembra impossibile. E non è un caso che l’ad di Apple Tim Cook arrivi proprio dalla supply chain (la catena delle forniture), e conosca benissimo i meccanismi e l’organizzazione che porta un’idea concepita a Cupertino a diventare un prodotto reale, assemblato in Cina. Apple lo scrive anche sui prodotti (basta guardare dietro un iPhone), ma la Mela qualche anno fa ha anticipato Trump, tornando a produrre negli Stati Uniti: in Texas c’è lo stabilimento dove viene assemblato il Mac Pro, il “cilindro” top di gamma del segmento Macintosh. I componenti interni sono progettati in America, ma anche in questo caso in gran parte realizzati in Oriente. Tornano poi a casa, dove gli operai statunitensi li mettono insieme e fanno la loro parte nella battaglia del mercato globale.

Tiziano Toniutti
La Repubblica 15 novembre 2016

Debito pubblico cattivo maestro

images2Il mondo è così pieno di debiti pubblici e privati (quasi due volte e mezzo il prodotto globale) che farne qualcuno in più non dovrebbe essere un dramma. Dipende da chi li fa però. Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non sembra particolarmente preoccupato dall’indebitamento americano. La promessa riduzione delle tasse e il contemporaneo aumento delle spese d’investimento per infrastrutture potrebbero portarlo a «livelli italiani». La discussione sulla sua sostenibilità — e stiamo parlando della prima, anche se forse ancora per poco, economia al mondo — è comunque aperta. L’economista Martin Feldstein aveva suonato l’allarme per tempo: urgente un piano di rientro. Secondo il Congresso, il debito tendenziale americano, oggi al 105 per cento, in assenza di interventi, toccherebbe quota 141 nel 2046. Con Trump i calcoli vanno tutti rifatti. In peggio. I mercati guardano al nostro debito pubblico con una certa preoccupazione, come dimostrano le tensioni sullo spread degli ultimi giorni. Esagerano? Vediamo. Ci si può consolare sul fatto che il valore assoluto, oltre 2.212 miliardi, è persino sceso leggermente in settembre, ma è comunque cresciuto di 40 miliardi quest’anno. Solo poco più del 30 per cento dei titoli pubblici è collocato all’estero. Il debito implicito, che calcola anche i costi futuri di pensioni e sanità, ha progressioni inferiori a quelle di altri Paesi, Germania compresa. Il risparmio delle famiglie, immobili esclusi, è di quasi 4 mila miliardi.

Ma il rapporto del debito pubblico con il prodotto interno lordo è stato, nel 2015, del 132,7 per cento. Cresce da nove anni, nonostante i ripetuti impegni del governo a ridurlo. La commissione Ue lo stima in salita anche quest’anno. Le ultime rilevazioni Istat sul Pil (più 0,9 per cento su base annua) sono confortanti, ma non dobbiamo dimenticare che il Documento di economia e finanza (Def) di aprile lo prevedeva all’1,2 per cento. «Nonostante la crescita sia ancora insufficiente, il dato del debito è però stabilizzato — spiega il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini — e l’importante è dimostrare una tendenza solida, migliorare la qualità della spesa, più per investimenti, come previsto dalla legge di Bilancio. E soprattutto, realizzare tutte le riforme promesse». Nannicini concorda su un’anomalia del tutto italiana: la sottovalutazione culturale del peso del debito. Il governo non è esente da critiche. Ma non solo il governo. Ne parliamo poco, a differenza degli stranieri che lo temono forse con pregiudizio eccessivo. È come se non ci appartenesse, come se lo avessero contratto altri. L’uso frequente dell’aggettivo storico è un modo elegante per liberarci di ogni responsabilità. Il fatto che la titolarità sia quasi tutta in capo allo Stato ha una funzione assolutoria per le amministrazioni locali. È irrilevante, nel dibattito politico e, forse, nella coscienza nazionale, se il debito è fatto per coprire spese correnti, come pensioni e stipendi, anziché investimenti. Il debito cattivo cattura consensi, quello buono no. Forse li fa perdere. I giovani che lo erediteranno tutto, buono e cattivo, esprimono il loro disagio andandosene. E non hanno torto

Il costo del nostro debito è sceso al 3,1 per cento grazie alla politica monetaria della Banca centrale europea. Paghiamo tassi, in qualche caso negativi, che come grandi debitori non meritiamo affatto. Scambiamo una condizione eccezionale, il quantitative easing, per una normalità acquisita. L’endemica irresponsabilità di molti centri di spesa e l’italica convinzione che vi sia sempre una torta da dividere alimentano i peggiori pregiudizi esteri, gonfiano gli appetiti degli speculatori.

Appena entrati nell’euro, godemmo di un inaspettato periodo di grazia sul versante del servizio del debito. Sprecato. Anziché sfruttare il risparmio sugli interessi per contenere il debito, lo si alimentò per finanziare la spesa corrente. La lezione si è dispersa nel conformismo delle spiegazioni di comodo. Oggi rischiamo di ripetere gli stessi errori. Un po’ di flessibilità nei conti per irrobustire gli investimenti (anche per la ricostruzione post terremoto) è necessaria, la politica dei bonus quantomeno dubbia. La linea accomodante della Bce avrà prima o poi un termine. E un eventuale rialzo dei tassi, magari anticipato dalle scelte fiscalmente espansive della presidenza Trump, potrebbe dischiudere scenari di fragilità sui mercati e riproporre il tema del rischio Italia. Il ripetersi di condizioni simili a quelle del 2011 non è del tutto improbabile. Se dovesse accadere non avremmo nemmeno più la riserva di una riforma delle pensioni, che fu brutale ma efficace.

Ecco perché un segnale sull’importanza della gestione del debito sarebbe opportuno. L’avanzo primario, la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi, è attualmente in discesa, intorno all’1,5 per cento. Un impegno a mantenerlo non inferiore al 2 per cento dimostrerebbe a mercati infidi e partner sospettosi che, nel tentativo di riprendere seppur a fatica la strada della ripresa, non abbiamo perso il senso della misura, la nozione del rigore. In vista del referendum del 4 dicembre, avrebbe poi anche il non disprezzabile effetto di una misura precauzionale.

Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera 15 novembre 2016