Il sentimento economico

ottMigliora anche a luglio, per il terzo mese consecutivo, la fiducia dei consumatori e delle imprese nell’Eurozona ed è proprio l’Italia a guidare il recupero. Il clima fra le imprese della zona euro è tornato ai livelli della primavera 2012, ovvero di 15 mesi fa.

La Commissione europea ha calcolato un aumento degli indici che misurano il clima e le aspettative, e il cosiddetto «sentimento economico» ha registrato un incremento di 1,2 punti nell’Eurozona, giungendo a 92,5 e di 2,4 punti nell’Unione europea ora a 28 paesi, dove è pari a 95. L’unico settore che fa eccezione alla tendenza generale è quello dell’edilizia, dove la fiducia si è ulteriormente ridotta. In Italia il «sentimento economico» è migliorato di 2,9 punti, in Spagna e Francia di 1,2, in Germania di 0,7 mentre in Olanda è peggiorato di 2 punti……..

http://www.lastampa.it/2013/07/30/economia/litalia-guida-il-recupero-della-fiducia-mYNhNyBAu5Wt04B7MeZcSJ/pagina.html

COS’E’ IL SUPERINDICE

É in un certo senso il Superman degli indici, perché si tratta di un indice composito, cioè costituito da una serie di indici che vengono collassati per farne uno solo in grado di ‘tastare il polso’ all’economia. Dato che l’economia
è un organismo complesso, formato da più attori e plasmato da più forze, un
indice che guardi solo a una parte dell’economia non riesce a dare questo sguardo di insieme.
In Europa ha titolo a esser chiamato ‘superindice’ l’indicatore del ‘Sentimento economico’ della Comunità: viene rilasciato ogni
mese dalla Commissione Ue, per l’Unione europea, l’area euro e ogni Paese
(riassume cinque indicatori: famiglie, industria, servizi, costruzioni, e commercio al dettaglio).

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/100-parole/Economia/S/Superindice.shtml?uuid=9fcf8d90-5804-11dd-93cb-a54c5cfcd900&DocRulesView=Libero

 

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Ricreazione senza sigarette

fmRicreazione senza sigarette: anche i cortili delle scuole diventeranno area completamente off-limits al fumo. Il divieto riguarderà tutti, studenti ma anche i professori e i dipendenti degli istituti, estendendo così anche alle aree esterne il divieto che fino ad ora riguardava l’interno degli edifici.

Il divieto totale al fumo, che riguarda sigarette normali ma anche quelle elettroniche, è inserito nel disegno di legge che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha presentato e fatto approvate in consiglio dei ministri. Un provvedimento che farà discutere, come ha detto il premier Enrico Letta, condiviso dai presidi che però si dicono preoccupati sulla possibilità di far rispettare la norma. Resta il fatto che ben una scuola su 4 non espone neppure il cartello con il divieto dentro l’edificio.

«È stata estesa la legge Sirchia alle scuole con il divieto di fumo per dare un segnale molto forte al fatto che la scuola è un luogo di formazione e educazione». Contro il fumo, soprattutto nelle scuole, il governo vuole dare un «segnale molto forte», ha detto Letta annunciando al termine del Cdm un «importante provvedimento che, anche se farà discutere, conferma e inasprisce il divieto di fumo. Noi lo riteniamo necessario soprattutto nelle pertinenze degli edifici scolastici, dove spesso viene aggirato ». Inizialmente il testo prevedeva un’altra norma contro il tabacco: un divieto al fumo in auto in presenza di donne in gravidanza e di minori e che non avrebbe mancato di sollevare polemiche e provocare reazioni. E il confronto fra ministri, proprio alla luce di alcuni rilievi, ha portato alla scelta di un rinvio. «Abbiamo dibattuto sull’opportunità di una norma innovativa diffusa in paesi europei ma preferiamo che ci sia un dibattito parlamentare che sensibilizzi l’opinione pubblico» ha spiegato i ministro.

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IL NUOVO CODICE DELLA STRADA: PATENTE ANCHE PER LE “MACCHININE”

Il consiglio dei ministri ha approvato anche «un testo di legge delega per la riforma del codice della strada per mettere maggiore premialita’ per i comportamenti virtuosi e maggiori sanzioni per le recidive e i comportamenti non virtuosi». Lo ha detto il premier Enrico Letta al termine del Cdm. Il ddl delega sulla riforma del codice della strada è pensato «a difesa degli utenti deboli della strada, in particolare tocchiamo il tema dei ciclisti»,  dice  il premier Enrico Letta al termine del Cdm che ha approvato il provvedimento. La legge delega prevede anche un intervento sui quadricicli: «Le strade sono riempite di quadricicli leggeri usati da ragazzi non sempre bravissimi a guidare e non sempre pienamente consapevoli dei rischi. Si dà delega al governo per intervenire per far sì che tutta la logica della patente a punti intervenga anche per utilizzo delle macchinine, è necessario considerarle come le altre automobili».

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http://www.lastampa.it/2013/07/26/italia/politica/sigarette-vietate-in-tutte-le-scuole-BzYeuJXLe2iEpRkenYhmoK/pagina.html

Malala: compleanno all’ONU

449523-malalarashidajmeri-1349852614-948-640x480[1]«Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione». Malala Yousafzai ha pronunciato un discorso forte e commuovente all’Onu nel giorno del suo sedicesimo compleanno. Il suo primo discorso pubblico da quando i talebani, lo scorso ottobre, tentarono di ucciderla sparandole alla testa mentre tornava a casa dalla scuola. «Mi hanno sparato, hanno sparato anche alle mie amiche. Credevano che quel proiettile ci avrebbe zittito. Ma hanno fallito – ha detto Malala ­-. Dal silenzio, migliaia di voci si sono sollevate. Quello che hanno ottenuto? La debolezza, la paura, l’impotenza sono morte. La forza, il potere, il coraggio sono emersi».

Vestita di rosa, il suo colore preferito, come raccontò lei stessa nel suo diario scritto nel 2009 per la BBC, indossando uno scialle bianco appartenuto a Benazir Bhutto (l’ex premier pachistana assassinata nel 2007 che da sempre è stata la sua eroina), Malala ha consegnato al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon una petizione per il diritto all’istruzione lanciata da lei stessa meno di un mese fa, e che ha raccolto ben 4 milioni di firme. …..

http://www.corriere.it/esteri/13_luglio_12/malala-discorso-onu-mazza_45b62a38-eb04-11e2-aab6-99ce3905fffc.shtml

Caffè social

VOLTAI1[1]I social network oggi vengono additati come nemici della produttività.
Secondo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo:e tuttoa causa di queste «armi di distrazione di massa».
Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’informazione, che esercitava un’attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’epoca.
Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi.
I caffè erano usati anche come uffici postali:i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori. Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro.
Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’espressione «lì nel caffè». Le pagine di Pepys danno un’idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a «una lunga e accesissima discussione fra due dottori», dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente.
Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, «il gentiluomo, il manovale, l’aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali».
Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford.
«Perché l’apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’Università?», chiedeva. «Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo»……
Ma qual era l’impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni. Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna.
I caffè erano piattaforme per l’innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s.
Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere.
Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, mai loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno. Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking.
Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. ……

Tom Standage su Repubblica del 12 luglio 2013

http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-174641009

Scuola, se la cavano meglio gli studenti del Nord

Il momento del giudizio, prima o poi, arriva per tutti. Anche nell’immobile mondo della scuola. Basta non considerarlo un «giudizio divino», ha detto il ministro dell’istruzione, Maria Chiara Carrozza, presentando a Roma il Rapporto nazionale sulle prove Invalsi 2012-2013 una fotografia delle performance degli studenti italiani alla luce dei risultati dei test che si sono svolti nelle scuole campione in maggio. Il rapporto ribadisce una volta di più lo storico divario tra Nord e Sud del Paese. Come nelle precedenti rilevazioni, le regioni del Mezzogiorno ottengono in generale risultati peggiori, in tutte le classi prese in considerazione (seconda e quinta elementare, prima e terza media e seconda superiore) anche se si rilevano miglioramenti per Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. E il ritardo del Sud dello Stivale, che si evidenzia già nei gradi iniziali dell’istruzione, tende ad ampliarsi lungo il ciclo di studi. I risultati migliori si ottengono invece nella Provincia Autonoma di Trento, nel Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Piemonte.

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LE PROVE – Punti focali del Rapporto, che ha coinvolto 13.232 scuole, 141.784 classi e 2 milioni 862mila studenti, le prove Invalsi di italiano e matematica. Nelle prove di italiano, è emersa una maggior dimestichezza dei ragazzi con i testi narrativi, rispetto a quelli basati su quesiti espositivi e a quelli di tipo «non continuo o misto», in cui viene richiesto anche di interpretare dati e grafici funzionali all’esposizione dei contenuti del testo. Risultati peggiori nei quesiti «grammaticali» rispetto a quelli di comprensione del testo. Sul fronte della matematica, i ragazzi in generale hanno dimostrato difficoltà maggiori nell’ambito «spazio e figure» e in quelli «relazioni e funzioni» rispetto agli ambiti «numeri» e «dati e previsioni». Le domande in cui è stato chiesto di interpretare e, in parte, di formulare ipotesi sono risultate più complesse, almeno fino al primo anno di scuola media.

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http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_11/rapporto-invalsi_08090f34-ea0f-11e2-8099-3729074bd3db.shtml

 

IL RAPPORTO INVALSI SUGLI APPRENDIMENTI 2012/13

http://www.invalsi.it/snvpn2013/rapporti/Sintesi_Rapporto_SNV_PN_2013_08.pdf

 

 

Da BBB+ a BBB

round-rating-buttons[1]Standard & Poor’s taglia il rating dell’Italia a BBB da BBB+, l’outlook è negativo. La decisione dell’agenzia Usa riflette «l’effetto di un ulteriore indebolimento della crescita sulla struttura e la resistenza dell’economia italiana»  e «la mancata trasmissione sull’economia reale della politica monetaria espansiva della Bce con i tassi dei prestiti alle imprese che rimangono ben sopra i livelli pre-crisi»  (leggi il documento).  Di più: l’outlook negativo assegnato all’Italia «indica che c’è almeno una chance su tre che il rating possa essere ridotto ancora nel 2013 o nel 2014». Ora il Paese è a un passo dal gradino definito junk (spazzatura), che equivale a un consiglio di non investire nei suoi titoli di debito (guarda la scala dei rating).

PROSPETTIVE – Scenari nefasti. Soprattutto perché «l’economia italiana si contrarrà quest’anno dell’1,9%», rincara Standard & Poor’s, sottolineando che il downgrade dell’Italia è legato all’ulteriore peggioramento delle prospettive». Si stima anche che il Pil pro capite per 2013 sarà pari a 25 mila euro, «al di sotto dei livelli del 2007». Inoltre S&P stima un debito al 129% del Pil alla fine del 2013 e che non scenderà «a meno che il surplus di bilancio, con l’esclusione delle spese per interesse, non si avvicinerà al 5% del Pil».

GLI OBIETTIVI – E la società di rating ha motivato nel dettaglio questo ulteriore downgrade, puntando il dito contro le politiche evidentemente giudicate troppo lassiste in tema di tenuta dei conti pubblici. Nel testo si legge che «nel 2013 gli obiettivi di bilancio in Italia sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo» per coprire un disavanzo «frutto della sospensione dell’Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell’Iva», scrive l’agenzia dimostrandosi in disaccordo rispetto alle ultime decisioni del governo Letta come la sospensione dell’Imu sulla prima casa e lo stop all’aumento dell’Iva di un punto percentuale prevista originariamente per il primo luglio e posticipata ad ottobre…

http://www.corriere.it/economia/13_luglio_09/standard-poors-italia-debito-rating_acbc3750-e8bf-11e2-ae02-fcb7f9464d39.shtml

 

COS’ E’ IL RATING

ll rating è un voto espresso in lettere che esprime l’affidabilità di una azienda, Stato o governo locale che emette un titolo di debito. Indica la capacità di ripagare quel debito e di conseguenza la rischiosità dell’investimento. La scala varia a seconda degli istituti. I principali sono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. Va dalla tripla A (massima affidabilità) alla D (default, insolvenza). La valutazione è sulla base dei bilanci, dei fondamentali economici e finanziari. Prima di procedere, l’agenzia deve necessariamente avvisare di aver posto sotto osservazione le prospettive di rating, esplicitando se lo ha fatto con implicazioni postive o negative. Titoli con rating molto bassi possono essere rifiutati dalla Bce come collaterali nelle operazioni di finanziamento del sistema bancario.

 

 

La favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza

cenerentola_106[1]Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse.

Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.

Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?

La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita.

Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.

Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.

Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.

Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class.

La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-disuguaglianze-insostenibili/