Paperon de’ Paperoni e il suo ‘antenato’ vissuto nel Medioevo

Che nesso c’è fra Paperon de’ Paperoni, il noto personaggio Disney, e quel meno famoso (almeno ai più) Paparone de Paperonibus nobile ecclesiastico del Duecento durante i pontificati di Papa Clemente IV e Papa Onorio IV, nominato prima vescovo di Foligno e poi eletto vescovo di Spoleto? Il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, ‘gioca’ con i nomi e sottolinea le somiglianze ‘anagrafiche’ (e non solo) tra il fanta-miliardario ideato dal fumettista americano Carl Barks nel 1947 e l’uomo di Chiesa vissuto nel Medioevo, con due interventi dell’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca e dello scrittore Dario Fertilio.

La genealogia tratta non dal celebre fumetto “Storia e gloria della dinastia dei paperi”, ma dal ben più autorevole ‘Hierarchia Catholica’ di Konrad Eubel, riporta di un vescovo Paparone nella diocesi umbra, appartenente alla ricca famiglia romana dei Papareschi vissuta nel rione di Trastevere a partire dalla prima metà del XII secolo e ancora presente negli stradari capitolini. Il religioso venne iscritto poi nell’ordine dei domenicani come proveniente dalla famiglia de Paparonibus o de Paperonibus e successivamente indicato nel palazzo arcivescovile di Spoleto con il nome di Paparonus de Paparonis.

“Lo si ritrova effigiato nei ritratti settecenteschi dei vescovi cittadini nel palazzo arcivescovile di Spoleto – spiega monsignor Accrocca – dov’è indicato con il nome di Paparone de Paparoni e lo si dice traslato, nel 1285, da Onorio IV, da Foligno a Spoleto, e poi morto nel 1290: F. Paparonus de Paparonis Romanus, Ordinis Praedicatorum, anno MCCLXXXV ab Honorio IV e Fulginatensi ad hanc translatus, obyt a. MCCXC”.

Al nome del vescovo, si ipotizza, potrebbe essersi ispirato nel 1952 Guido Martina, traduttore per la Mondadori delle storie dei personaggi Disney i cui nomi americani venivano poi ‘reinventati’ in italiano: come Mickey Mouse divenne Topolino e Donald Duck fu Paperino, così il cittadino più influente di Paperopoli Uncle Scrooge, a sua volta ispirato all’avaro del ‘Canto di Natale’ di Charles Dickens, sarebbe diventato, grazie all’erudizione medievale del suo traduttore italiano, Zio Paperone ovvero Paperon de’ Paperoni.

“Chi l’avrebbe mai detto – conclude l’arcivescovo di Benevento – a un frate e vescovo del XIII secolo, che il suo nome potrebbe essere servito un giorno a risolvere ben altri problemi rispetto a quelli ai quali era aduso e che il suo ricordo sarebbe stato alimentato dai fumetti della Disney”.

Come si fa il testamento biologico

Giovedì 14 dicembre in Italia è stata approvata in via definitiva la cosiddetta legge sul testamento biologico, che si intitola “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” e che è composta da 8 articoli: introdurrà entro alcuni limiti il diritto all’interruzione delle terapie, che finora doveva passare dai tribunali e il diritto a decidere per sé nel caso in cui a un certo punto si sia impossibilitati a farlo.

Quale diritto introduce la legge?
All’articolo 1 si dice che la legge «tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona». Stabilisce che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito senza il consenso «libero e informato» della persona interessata.

In previsione di una futura incapacità a decidere o a comunicare, la legge permette anche di stabilire in anticipo attraverso le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) a quali esami, scelte terapeutiche o singoli trattamenti sanitari dare o non dare il proprio consenso. La legge considera trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale.

La legge ribadisce infine che «nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati».

Che cos’è il consenso libero e informato?
Il consenso informato prevede che ogni persona abbia il diritto «di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo, aggiornato e comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci ed ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi». Ogni persona ha dunque il diritto di conoscere e comprendere la propria situazione e di sapere anche quali possono essere le conseguenze di un possibile rifiuto alle cure. Se la persona coinvolta non vuole ricevere informazioni sulla propria situazione può indicare i familiari o una persona di fiducia incaricandola di ricevere tutte quelle informazioni o solo una parte di esse al posto suo e di esprimere di conseguenza al suo posto anche il consenso o il rifiuto.

Ogni persona ha il diritto di revocare «in qualsiasi momento» il consenso prestato, anche quando la revoca comporta l’interruzione del trattamento. Si può cioè aver dato inizialmente il proprio consenso, ma poi cambiare idea.

A che cosa si può dare o non dare il proprio consenso?
La legge parla di «qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso», compresa nutrizione e idratazione artificiali. Repubblica spiega che si può entrare nel dettaglio: «Non voglio essere rianimato, intubato, voglio antidolorifici, oppiacei, rianimazione meccanica. Voglio o non voglio che siano iniziati trattamenti anche se il loro risultato fosse uno stato di demenza, uno stato di incoscienza senza possibilità di recupero. Oppure restare sul vago: non voglio essere rianimato».

Cosa sono le DAT?
Le Disposizioni anticipate di trattamento danno la possibilità di scegliere in anticipo l’assistenza sanitaria a cui acconsentire o no se ci si dovesse trovare nell’incapacità a un certo punto di poter decidere o comunicare ciò che si vuole. La legge prevede che ogni persona maggiorenne capace di intendere e di volere possa dare queste indicazioni. Prevede anche che si possa nominare un fiduciario che prenda al posto proprio le decisioni e che parli con il medico.

Che cosa può fare o non fare il fiduciario?
Deve rappresentare le decisioni prese dalla persona che l’ha indicato quando quella stessa persona non sarà in grado di esprimersi. Si tratta di un’indicazione che può essere revocata in qualsiasi momento e il fiduciario stesso può rinunciare alla nomina attraverso un atto scritto.

E se il fiduciario non c’è o muore?
La legge prevede questi casi e dice che «nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente».

E se nel frattempo vengono scoperte nuove cure?
Se le indicazione delle DAT sono «palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente» e se vengono scoperte «terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita», le DAT possono essere disattese dal medico e il fiduciario potrà fare nuove valutazioni sulla persona che l’ha nominato.

Tutti possono fare i fiduciari?
Sì, purché siano maggiorenni.

Come si fanno le DAT?
Le DAT possono essere scritte a mano, al computer o video-registrate e in quegli stessi modi possono essere rinnovate, modificate e revocate in ogni momento. In caso di emergenza o di urgenza «la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni».

Le DAT vanno firmate davanti a un pubblico ufficiale, davanti a un notaio o in presenza di un medico del Servizio Sanitario Nazionale. Questi documenti sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa.

Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge si potranno inserire all’interno del fascicolo medico elettronico presente in numerose regioni o in un registro nazionale che sarà istituito. Le DAT andrebbero anche consegnate al fiduciario che ci si è scelto.

Il medico è obbligato a obbedire al malato?
In presenza o in assenza di DAT la volontà del malato va rispettata. Al medico è garantita l’obiezione di coscienza, può dunque rifiutarsi di fare ciò che il paziente ha chiesto, ma la struttura ospedaliera deve in quel caso trovare qualcuno che garantisca il rispetto delle volontà del malato.

Come si è già visto è poi permessa la libertà del medico di rifiutarsi di seguire le indicazioni del paziente o quelle contenute nelle DAT, perché sono state scoperte nuove terapie che potrebbero permettere un miglioramento del paziente di cui lui stesso non era a conoscenza al momento della redazione delle DAT.

E la terapia del dolore?
La legge dice che il medico, con mezzi appropriati allo stato del paziente, deve alleviarne le sofferenze «anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico». La terapia del dolore è dunque sempre garantita. Il medico, per i malati in fase terminale o per quelli su cui non hanno effetti altre terapie antidolorifiche, può far ricorso alla sedazione palliativa profonda.

Cosa è previsto per i minorenni?
I minorenni sono esclusi da tutto questo, e il consenso informato è espresso da chi ha la responsabilità genitoriale o dal tutore. Va però tenuto conto della volontà della persona minore, «in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del medesimo, nel pieno rispetto della sua dignità».

Il Post, 15 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/15/biotestamento-testamento-biologico/

 

350mila euro e una casa di lusso in eredità all’amica: “Ma devi accudire la mia gatta”

BOLOGNA – Lunga vita al gatto, anzi alla gatta. E’ proprio il caso di dirlo vista la “fortuna” che una gatta ha rappresentato per un’anziana signora cha ha beneficiato di un’eredità niente male – 350 mila euro -, più un appartamento in pieno centro a Bologna in comodato d’uso gratuito, proprio con il compito di accudire la gatta della proprietaria dell’immobile.

L’IMMOBILE DI LUSSO
La storia è ricostruita nella sentenza del tribunale civile del capoluogo emiliano cha ha dovuto dirimere una controversia tra gli eredi naturali della donna deceduta e la beneficiaria del testamento. In via Farini, pieno centro storico di Bologna e a pochi passi da piazza Maggiore, c’è un immobile di lusso nel quale fino al giugno del 2013 vivevano la proprietaria dell’appartamento, una sua amica e la gatta della prima. Due signore di una certe età, entrambe vedove, che si facevano compagnia e con le quali conviveva anche una bella gatta. Nel 2013 la padrona di casa viene meno lasciando una sorpresa agli eredi.

LA SORPRESA NEL TESTAMENTO
All’apertura del testamento il notaio legge ai congiunti gli ultimi desideri della defunta: “Desidero, inoltre, che la Signora M. rimanga di diritto, per tutta la vita, nell’abitazione di via Farini, Bologna, I e II piano, che già condivide con me a titolo di comodato gratuito. Per le spese condominiali, di manutenzione, le utenze e il mantenimento della mia gatta (se mi sopravvive) desidero sia fissato un deposito di 350.000 (trecentocinquantamila) euro, a questo scopo, presso la Banca Popolare di Milano, a disposizione della Signora M. Alla quale chiedo di predisporre una persona che, in caso di sua morte, le succeda nei diritti e doveri di comodato fino alla morte della suddetta gatta”.

I PARENTI FANNO CAUSA
In altri termini all’amica viente garantito l’uso dell’appartamento vita natural durate, i soldi per ogni necessità e persino l’incarico di individuare un’altra persona che si prenda cura della gatta qualora il felino dovesse sopravviverle. Inutile dire la grande sorpresa e, forse, anche la delusione, degli eredi che, magari sperano di poter godere della proprietà dell’immobile e del patrimonio economico della signora. Non a caso, pochi mesi dopo arriva il ricorso al tribunale civile di una cugina dell’anziana che chiede al giudice del tribunale di Bologna (che ironia della sorte è di fronte all’appartamento) di mettere mano a quella che le appare come un’ingiustizia.

MA IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALL’AMICA
Vada per l’appartamento nel quale l’amica della defunta può rimanere fin che vuole, ma che almeno sia lei a metterci i soldi per le spese e per il mantenimento della gatta. Così l’erede, con tanto di certificato di famiglia, che ne attesta il grado di parentela, chiede alla giustizia il sequestro delle 350 mila euro e la consegna del denaro che ritiene le spetti. Di altra opinione la giudice Matilde Betti che, codice alla mano, ha ritenuto non sufficienti le ragioni dalla cugina condannandola persino alle  pese di lite, circa 6 mila euro. Dunque lunga vita alla gatta.

GIUSEPPE BALDESSARRO

La Repubblica, 5 novembre 2017

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/05/news/lascia_in_eredita_350mila_euro_all_amica_con_quei_soldi_devi_accudire_la_mia_gatta_-180312619/

Biglietti aerei, il prezzo dipende da un algoritmo

L’intenzione è concedersi una pausa a New York. Partenza il 6 novembre, ritorno otto giorni dopo: 382 euro, tasse incluse, calcola l’app sul telefonino mentre la metropolitana è ferma in una zona periferica di Milano. Pochi minuti dopo si tenta l’acquisto, stavolta dal computer di lavoro, in pieno centro: 421 euro per lo stesso volo, la stessa classe. «Uno potrebbe pensare che intanto qualcun altro ha prenotato, riducendo i sedili liberi a disposizione e incrementando il valore dei biglietti successivi», sintetizza un manager di una grande compagnia aerea europea. «Ma la verità è che l’algoritmo del vettore ha fatto un’analisi più sofisticata: ha notato che il viaggiatore, una volta davanti alla scrivania, si trova in un’area dove il reddito medio è elevato — il centro città — e gli orari sono quelli di ufficio, quindi magari la trasferta è per motivi professionali e a pagare sarebbe l’azienda».

I big data

L’ambito è l’«airline revenue management». Tradotto in modo esplicito: dimmi dove ti colleghi, quando e con quale dispositivo così potrò stabilire il prezzo massimo che riesco a farti pagare. Il tutto grazie ai big data, l’ammasso di informazioni digitali raccolte da ogni tipo di fonte possibile e incrociati tra loro. «È una versione moderna del rivenditore di auto», commenta Rafi Mohammed, noto consulente sulle strategie di prezzo, nell’ultimo numero della rivista Harvard Business Review. Se a quelli bravi «bastano uno sguardo all’abbigliamento, domande sulla residenza e sulla professione e un paio di battute per intuire quanto può spendere al massimo per un veicolo ogni singolo cliente», allo stesso modo funzionano anche gli algoritmi elaborati per conto di alcune compagnie aeree e motori di ricerca dei viaggi.

La «discriminazione»

Mohammed racconta come la discriminazione tariffaria abbia colpito anche lui. «Quando ho usato l’app di Orbitz per un pacchetto vacanza nella Grande Mela mi dava un prezzo, ma quando ho deciso di acquistarlo, da un computer, la cifra era più alta del 6,5%». La società ha spiegato che la variazione dipende dalla fluttuazione tipica della domanda e della risposta. Ma l’esperto ribatte: «A parità di servizio a certi utenti vengono mostrati prezzi diversi dagli altri». Ufficialmente i vettori, grandi e piccoli, smentiscono. Ufficiosamente diversi di loro decidono i prezzi usando i big data per massimizzare il profitto all’interno di una stessa classe di volo. «In una Economy ci sono quindici diverse fasce di prezzo», spiega il manager della compagnia aerea. Così il viaggio da Milano a New York, a parità di sedile, può costare 300 o 900 euro.

Come funziona

La geolocalizzazione dell’utente è una delle voci più importanti: questo tipo di algoritmo, infatti, è così sofisticato che riesce a differenziare il prezzo per l’utente incrociando i dati del suo posizionamento — in centro o in periferia, in città o in campagna, al Nord o al Sud — con le fasce di reddito relative di ogni area. Il dispositivo elettronico è un’altra variabile rilevante: su tablet e smartphone compare un prezzo diverso — di solito più elevato, a parità di località — rispetto al computer. Così come influisce sul costo finale anche il sistema operativo: iOs, di Apple, è considerata appannaggio della fascia medio-alta di una popolazione a differenza di Android, che verrebbe utilizzato di più da chi ha una capacità di spesa inferiore. Poi c’è la questione tempo. Le prenotazioni nei primi cinque giorni della settimana tendono a vedersela con tariffe più elevate: l’algoritmo ipotizza si tratti di trasferta di lavoro. Da venerdì sera a domenica sera la media si abbassa: l’incrocio dei big data immagina che si tratti di un viaggio di piacere o di un’esigenza famigliare.«Bisogna chiedersi a questo punto se questa personalizzazione dei prezzi sia etica — ragiona Mohammed —, anche perché può produrre, senza volerlo, risultati ingiusti».

Leonard Berberi

Corriere della Sera, 28 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_28/voli-se-algoritmo-ti-alza-19135ce6-bb50-11e7-8ef5-94a13146dc45.shtml

Da Einstein a Oscar Wilde: le teorie della felicità

Persino Albert Einstein, che alla relatività fisica si dedicò per una vita elaborando celebri postulati e teorie, doveva sapere che non c’è niente di più opinabile della felicità, soggetta a un altro tipo di relatività, quella dei sentimenti, delle emozioni umane, delle esperienze individuali. Dunque, ben consapevole che la felicità non è riassumibile in una formula matematica, provò a ricorrere alle parole. E così un giorno del novembre 1922, raggiunto nella sua camera dell’Hotel Imperial di Tokyo da un cameriere o da un fattorino, lo scienziato decise di ricompensarlo non con una volgarissima mancia in denaro ma consegnandogli due note manoscritte, in tedesco, firmate con nome e cognome.
La prima, su carta intestata dell’albergo, non supera le tre righe: «Una vita tranquilla e modesta dà più felicità che la ricerca del successo, legata a costante inquietudine». La seconda, redatta su un foglio bianco, è una frase meno originale: «Dove c’è la volontà, c’è la strada». Una sorta di: volere è potere… Ora l’erede del destinatario di quei due biglietti ha pensato di ricavarne una sua molto personale forma di felicità, monetaria, mettendoli all’asta: e l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto se, partendo dalla modica stima di 5-8.000 dollari, i documenti sono stati battuti a Gerusalemme per ben 1,56 milioni di dollari.
Prezzo a parte, è davvero singolare che il genio tedesco, da poco insignito del premio Nobel, consegnasse a uno sconosciuto non delle generiche perle di saggezza ma delle considerazioni sulla beatitudine, tanto più che sullo stesso argomento si era già espresso con una riflessione già nota e alquanto diversa: «Se vuoi una vita felice devi dedicarla a un obiettivo, non a delle persone o a delle cose», come dire che il benessere va cercato in se stessi.
Dunque, anche Einstein doveva sapere che la ricetta della felicità è più complessa della descrizione di un qualsiasi fenomeno naturale: un’alchimia impossibile, un inganno che si fa beffe anche delle menti più eccelse, al punto da suggerire soprattutto ai poeti l’immagine della fragilità, dell’equilibrio instabile se non del puro effetto ottico. Basti pensare a un altro Nobel, Eugenio Montale, che un paio d’anni dopo, nel 1924, avrebbe scritto versi memorabili: «Felicità raggiunta, si cammina/ per te sul fil di lama./ Agli occhi sei barlume che vacilla,/ al piede, teso ghi-accio che s’incrina;/ e dunque non ti tocchi chi più t’ama».
Insomma, meglio non sfiorarla neanche, quella improvvisa epifania, comunque destinata a svanire in un attimo. Se i poeti (Leopardi in primis) non ci credono, altri cervelloni, meno disposti al pessimismo cosmico, non esitano a proporre la loro formula magica, via via paradossale, ironica, ambigua, sarcastica, ovvia, colorita, brutale, in definitiva sempre effimera: per Aristotele la vera felicità è esercitare il proprio libero ingegno, per Seneca la felicità è non aver bisogno della felicità, per Tolstoj è vivere per gli altri, per Victor Hugo è essere amati per ciò che si è, per Oscar Wilde non è avere ciò che si desidera ma desiderare ciò che si ha, per Winston Churchill non è nell’avere ma nel condividere, per il filosofo Gilles Deleuze per essere davvero felici bisogna accontentarsi.
Che somiglia, tutto sommato, a ciò che scrisse Einstein al fattorino di Tokyo. Accontentarsi: modestia, umiltà… Fatto sta che la sola efficace ricetta della felicità è la teoria della relatività dell’essere beati. A suo modo, aveva ragione Charles M. Schulz, il padre dei Peanuts: «La felicità è un cucciolo caldo…». Oppure, come vuole una celebre canzone: «Felicità è tenersi per mano, andare lontano… è il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente… è restare vicini come bambini… è la pioggia che scende dietro le tende…». Tutto e niente. Più niente che tutto. Sono Albano e Romina i veri eredi di Einstein.

PAOLO DI STEFANO

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_26/da-einstein-oscar-wilde-teorie-felicita-486b9efe-ba0b-11e7-b70e-7d75d3b9777f.shtml

In sette a processo a Brindisi per un «like» messo su Facebook

Un gesto che milioni di persone ogni giorno compiono senza stare troppo a pensarci, quasi per un riflesso automatico. Un gesto che però potrebbe configurare un reato. Il primo novembre prossimo andranno a processo sette persone accusate di diffamazione per aver messo un «like» a un post di facebook considerato a sua volta offensivo. Accadrà davanti al tribunale di Brindisi ed è il primo caso del genere che verrà esaminato in un’aula di giustizia italiana mentre all’estero (ad esempio in Svizzera) i giudici si sono già pronunciati sanzionando i «mi piace» in calce a commenti diffamatori.

L’accusa di assenteismo

Il fatto scatenante risale addirittura al 2014 quando su Facebook appare un commento poco lusinghiero nei confronti dell’operato dell’allora sindaco di San Pietro Vernotico (Brindisi), Pasquale Russo e di alcuni dipendenti municipali accusati di essere fannulloni e assenteisti. Secondo il procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi non solo l’autore del post incriminato ma anche gli apprezzamenti dei lettori che hanno cliccato il «like» configurano il reato di diffamazione aggravata.

L’esperto: «Condanna difficile, manca il dolo»

«In effetti non mi risulta che in Italia ci siano precedenti di questo tipo» conferma Fulvio Sarzana avvocato e docente di diritto della società digitale all’università telematica di Nettuno. «Esiste solo un caso – prosegue l’esperto – contestato dalla procura di Genova persone che sui social misero il “mi piace” a un post contro i rom. Ma in quella circostanza è stata ravvisata la violazione della legge Mancino sull’incitamento all’odio razziale». Ma davvero può configurare un’offesa all’onore il semplice clic su Facebook? «La Cassazione – dice ancora Sarzana – ha già stabilito che un messaggio offensivo sui social può far scattare la diffamazione. Ma sul semplice “like” personalmente nutro qualche perplessità: il reato presuppone il dolo, una volontà specifica che probabilmente manca a un gesto automatico. Comunque sia, anche in questo caso occorrerà attendere una pronuncia della Cassazione». Certo, se così fosse sarebbe un fatto epocale: già oggi la polizia postale esamina ogni giorno tra le 100 e le 200 denunce per offese su Facebook; se a questo numero si aggiungessero quelle per i “mi piace” gli uffici si intaserebbero al punto tale da rendere inefficaci le denunce stesse.

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 27 settembre 2017

Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/